No country for old men

No Country for Old Men dead dog Qualcosa si perde sempre: nello scarto tra oggi e ieri; nella scelta tra due opzioni; nel rapporto che lega le parole e il loro referente reale; spesso ci sono scarti anche tra le parole e la loro traduzione perché è diverso dire “Non è un paese per vecchi” e dire “No country for old men”. In mezzo ci sono indecifrabili sfumature di senso e forse, andando a scavare a fondo, il titolo inglese restituisce allo spettatore quella corrispondenza con l’ossatura della pellicola che in italiano in parte si perde. E se è vero che “siamo anche ciò che abbiamo perso”, come scritto prima dei titoli di coda in “Amores Perros”, è vero anche che vale la pena provare a soffermarsi su un fotogramma e andare a in profondità, perché possono esistere diverse letture di una narrazione e spesso quella vicino all’osso è quella che sfugge, ma è anche la più necessaria. Sfugge perché sembra necessario volare alto e, spesso, va perso proprio ciò che è vicino ed evidente, parziale e locale. Eppure l’universalità sta proprio in questa ossatura sempre familiare, per quanto remota e coperta da storie, pelle e abiti individuali e diversi: le ossa, alla fine, sono ciò che ci restituirà alla terra.

E’ nello sguardo dolente ma resistente, quasi stoico, del pit bull nero che si allontana nella prateria che si conserva il senso di quella differenza tra il titolo anglofono e la sua traduzione italiana: quello sguardo racconta l’animale ferito che va incontro all’ineluttabile, ma anche la traccia di un’animalità spietata, come un’ombra nera che semina il caos in un mondo che non è mai patria. Ecco che tra il cane e il killer Chigurh, forse, c’è una corrispondenza: entrambi attraversano la prateria e si giocano a testa o croce le vite altrui. Nessuna morale, nessuna ragione, nessun psicologismo: non per i cani e non per il Caos che semina morte e risparmia vite, mentre lo sceriffo – forse proprio l’anima antica del titolo inglese – sempre un passo fuori da questo universo entropico, l’estraneo per eccellenza, incarna il dramma esistenziale del senza patria.

Ecco, ho voluto bene al personaggio dello sceriffo perché, nel suo cinismo esistenzialista, sa leggere la realtà con la pazienza di chi non pretende di spiegare ogni cosa, semplicemente segue la pista, fiuta, assembla i pezzi di un quadro che non comporrà mai un’unità omogenea e non c’è speranza di successo nel compito che si è assegnato, però lo svolge nonostante tutto. Sapendo che “in fondo a tutto quel buio e a tutto quel freddo”, troverà il fuoco acceso da suo padre, che ha percorso la stessa notte prima di lui.

Allora probabilmente sarà arbitrario, ma siccome esistono i fatti ma anche l’ interpretazione, sembra che la questione non sia più – o non sia solo – la decadenza morale di un Paese i cui miti tramontano, lasciando sempre di nuovo spazio alla violenza della Frontiera;  quello che ho letto nello sguardo del cane ferito è l’assenza costitutiva di una patria per le anime antiche, anime destinate ad attraversare la prateria andando verso l’ignoto, portando ognuna la propria fiamma per accendere un fuoco, prima o poi, dopo la notte e il gelo. Tutto il resto è caos e in ogni momento ti stai giocando tutto, e “te lo stai giocando da quando sei nato, solo che non lo sapevi”.

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Amores Perros

I titoli, di solito, li decido quando ho finito di scrivere il testo e questo vale per qualsiasi testo, tipo il titolo della tesi di laurea l’ho scelto pochi minuti prima di uscire di casa per andare a stamparla. Questo post fa eccezione. E’ da giorni che tutto concorre ad una sola, imperiosa idea che è andata delineandosi con chiarezza attraverso la fortuita visione di un paio di bellissimi lungometraggi (“Die Wand”, J.R. Polsler e “Amores Perros”, A. Inarritu) più una parola detta, uno scambio di opinioni, così. In definitiva è qualcosa che ho sempre saputo ma che non sapevo dire e forse nemmeno adesso, perché quando “dici” tra le parole e le cose rimane sempre uno spazio, e però scrivere è necessario per tenere le fila di una storia e di un’identità sempre pronte a scivolare via e perdersi.

Il punto è che non sono io ad avere salvato i miei cani. Sì, uno l’ho preso in canile e le altre due sono arrivate dalle strade del sud, però è più corretto dire che siano loro a salvare me. Nessun sentimentalismo, davvero. Ad un cane va dato cibo, riparo, una vita più o meno soddisfacente e più o meno ricca di stimoli, ma in ogni caso il cane condurrà la sua benedetta esistenza di cane e non avrà grossi tormenti se non quello di affrontare tutto ciò che arriva, come arriva e in ogni caso. Ma nella misura in cui io sono disposta ad allacciare un legame, a farmi contaminare dal suo essere cane e a contaminarlo col mio essere umana, a condividere con lui un linguaggio comune, allora può succedere che il fatto stesso di dovere occuparmi di lui, di sapere che lui ha bisogno di me e farà tutto quello che è in suo potere per manifestarlo, mi costringerà ad alzarmi dal letto anche quando non ne ho le forze. A spingermi fuori di casa e vivere anche quando la vita mi sembra parecchio molesta – ché sono io ad essere molesta, lo so, ma quand’è così pure il mondo è fuori asse e non c’è soluzione, però si può sempre scendere a compromessi o incazzarsi talmente tanto da uscire dal guscio e poi scopri che magari una corsa, una nuvola o un’ape sono la pace. Ecco, i miei cani mi salvano perché se siamo un’orchestra allora io sono la direttrice e senza la direttrice l’orchestra non suona e posso avere paura quanto mi pare, ma alla Prima si aprirà il sipario e io dovrò essere lì e aver cura che tutto vada per il meglio.

Tutti, per questo motivo, dovrebbero avere un cane. E dei vasi in cui piantare bulbi di narciso e semi di vari fiori nel tardo inverno, e quattro mura – anche metaforiche – da tenere pulite. Perché ci saranno sempre giorni in cui senti di non farcela ma poi ricordi di avere preso un impegno e inizi a fare le cose che vanno fatte e questo impegno, questo dovere che tutti ti hanno sottolineato essere prematuro, inficiante e altamente sconsigliabile alla tua età e nelle tue condizioni (studentessa squattrinata più vicina allo squatting che a sistemarsi e inoltre psicolabile) è precisamente ciò che ti terrà con la schiena dritta fino a sera, ben piantata in terra.

I miei animali, un piccolo giardino e le tracce ancora vaghe ma persistenti di una vita autonoma sono ciò a cui torno sempre, ogni volta che le alte cime dell’ambizione, delle questioni accademiche ed esistenziali, dei pensieri più astratti mi catturano nel loro vortice tanto inebriante quanto, a volte, sterile e pericoloso. Gli “amori bastardi” sono quelli che fondano l’ossatura della vita, tutti gli altri arrivano col vento e con lui se ne vanno.

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Emozioni senza permesso di soggiorno

Natale alle porte, tempo di regali. Ma anche no. Si può, per esempio, invertire la direzione perché se c’è una cosa che i miei cani apprezzano davvero è quando io regalo loro tempo, non cose che compensino la mancata promessa di onorare il loro sacrosanto bisogno di correre, giocare, dare e ricevere coccole.

Ma sto divagando e il moralismo è dietro l’angolo; in fin dei conti chi vuol fare regali li faccia, chi non vuole libero di non volerne fare e a ognuno il suo, visto che dare e ricevere è in ogni caso una dinamica che ha un significato, che rinsalda una relazione o conferma l’appartenenza reciproca, l’intenzione a prendersi cura dell’altro e del legame che unisce due o più persone. O perché no, due animali visto che pure ai miei cani piace ricevere regali e a me piace fargliene, così come adoro quando loro mi stupiscono con una sorpresa. Per lo stesso motivo, chi sceglie di non farne ha le sue sacrosante ragioni, sempre soggettive, spesso meditate e inevitabilmente frutto di un complesso processo nel quale si legano insieme fattori eterogenei.

Il punto è un altro. Quando dico che per i miei cani è più importante che io ascolti i loro bisogni piuttosto che ricevere oggetti che compensino una mia carenza in termini di attenzioni, lo stesso vale anche per le persone, credo. E quando parlo di “attenzione”, intendo intenzione di comprendere davvero ciò di cui l’altro ha bisogno, ciò che mi sta chiedendo davvero, ciò che io posso fare per lui. E, azzardo, non c’è investimento più utile sulla lunga distanza che ripromettersi – quindi prendere un impegno reale con se stessi – di provare a validare le emozioni altrui come primo passo per crearsi un orizzonte di senso costruttivo e fertile. E’ un regalo immenso sia per il nostro cane che per il nostro vicino di casa, o per quel tizio che ho incontrato oggi al mercato ma, soprattutto, per me stessa. Perché poche cose fanno stare bene come la libertà di esprimere le proprie emozioni senza che queste vengano giudicate, passate al setaccio del “giusto-sbagliato” o, peggio, rifiutate. L’enorme capacità di empatia dei cani è ciò che me li rende così cari, insieme alla totale assenza di una morale che li faccia sentire in diritto di formulare giudizi e scegliere se un mio stato d’animo sia di loro gradimento oppure no, se sia nel loro ordine di idee oppure no.  E’ per questo che sono loro così riconoscente, perché so che se mi viene voglia di piangere loro non minimizzeranno mai e poi mai: male che vada, mi leccheranno la faccia. Non dovrò mai vergognarmi di aver paura perché loro capiscono la paura, è una risposta naturale, ci segnala la presenza – reale o presunta – di un pericolo e rende possibile organizzare una risposta. Con le persone, invece, l’empatia quella vera è un dono raro e per questo ce n’è così bisogno. Perché ci sono emozioni vissute come positive e altre come negative, socialmente accettate e non. Invece, i miei cani ed io siamo convinti – loro da sempre, io da qualche tempo – che le emozioni siano emozioni punto e che abbiano tutte, indistintamente, diritto di parola.

Non dovrebbe essere un privilegio dare cittadinanza alle emozioni, poterle raccontare, trovare chi ascolta e mostra di capire e condividere. Tra simili siamo così radicalmente diversi che abbiamo davvero poco in comune, ma l’emotività ha un linguaggio più o meno universale. Certo, poi si apprende a dissimulare, a reprimere, a rimuovere e negare e diventa tutto molto difficile….

               Ho paura, ho paura, ho paura

di dire di cosa ho paura.*

Ecco, so per certo che i miei cani non si sentiranno a disagio se io mi sentirò terribilmente depressa o estremamente felice: parteciperanno. Sono capitati momenti in cui pochi o nessuno hanno saputo cosa dire per aiutarmi solo perché non c’era nulla da dire: uno dei miei cani è stato sdraiato di fianco a me, con la testa sulla mia pancia, aspettando che stessi meglio. Era lì con me e questo è un regalo che poche persone sono in grado di fare. Aspettando che loro re-imparino a dare un nome a ciò che sentono, io provo a strappare il diritto di cittadinanza per le mie emozioni, iniziando col pretendere che siano rispettate.  E’ una strada lunga e in salita ma io ho tre cani che tirano molto, al guinzaglio…

*Boris Pasternak

Io, per esempio, preferisco i cani.

Il sabato è il giorno in cui i miei cani ed io ci svegliamo carichi di aspettative. Così carichi che siamo quasi nevrotici – forse quest’ultimo punto vale più per la sottoscritta che per loro. Comunque, il sabato regala un’intera giornata da spendere facendo tutte quelle attività che durante la settimana vengono rimandate al sabato per mancanza di tempo, di voglia o perché troppo piacevoli per trovare una loro dignità in un ordinario giorno lavorativo – non importa che tu sia una laureanda disoccupata e per te un giorno valga l’altro, è così e basta. La domenica invece è un capitolo a sé, già troppo tardi per ogni attività costruttiva e il lunedì è un’ombra che mina la serenità già precaria, gettando una vago senso di ansia anticipatoria su tutto.

Oggi è sabato e, come promesso, ho portato fuori tutti i miei ragazzi pelosi, uno alla volta per dedicare ad ognuno attenzione e tempo. Poche cose mi pacificano come una camminata dietro al passo del cane: ognuno ha il proprio e dietro di loro il mondo diventa essenziale, intessuto di odori, sapori, consistenze e segni a noi invisibili ma, per loro, segnali chiarissimi di fronte ai quali la reazione è sempre pronta. Reazioni che, qualche volta, possono lasciarmi interdetta o regalarmi una slogatura alla spalla così come un principio di infarto, ma sono incidenti di percorso.

Tornata a casa, dopo sei viaggi tra prendi uno, riportalo e prendi l’altro, sono pronta per affrontare le faccende umane e le loro complesse amenità. E squilla il telefono.

“Sì, pronto?” (a seguire chiacchiere generiche, scambio reciproco di informazioni, il tempo, come sto io come stai tu, no a me novembre mette malinconia ma sto bene non ti preoccupare, sì stiamo tutti molto bene ecc.)

E poi, il fulmine a ciel sereno (delle volte sono masochista): “No vedi, io non credo in Dio, nella promessa della redenzione e di trovare pace in un al di là. No grazie.” Ecco, lei non l’ha presa benissimo perché in fondo, se uno fonda il senso della propria vita su un certo racconto che crea un orizzonte definito, costruito intorno ad alcuni concetti cardine, una vita spogliata da quell’orizzonte, calata in un’immanenza senza promesse può essere un duro colpo da mandar giù.

Però, sia chiaro, non è che io non creda in nessun Dio per poi barricarmi dentro un altro sistema dogmatico che crea le proprie verità autoevidenti, rigettando quelle teologiche per poi idolatrare quelle materialistiche. In linea di principio, né l’uno né l’altro approccio aggiunge qualcosa alla mia esistenza, se non nella misura in cui ne posso fare oggetto di critica costruttiva, apertura prospettica per leggere tutto ciò che ruota intorno alle varie cosmologie esistenti o esistite.

Io, se devo proprio scegliere, preferisco i cani. Nel senso che se non so come affrontare una prova, piuttosto che accendere un cero in chiesa o pianificare strategie di successo neanche fossi il Padreterno onnipotente, preferisco camminare nel bosco coi miei cani e lasciarmi trasportare dai passi, dal silenzio, dalla sensazione di raccoglimento che aumenta la concentrazione fino a farti sentire presente a te stesso in modo totale. Una presenza capace di affrontare qualunque prova, e non ha importanza il risultato quando sei riuscito ad esserci in maniera piena, dando tutto ciò che potevi nella battaglia.

Quindi non sono tanto i fini, gli obiettivi, che contano. Quanto la presenza nel momento decisivo, l’esserci in modo partecipato, attivo, che non lascia spazio a risentimenti autoreferenziali, pentimenti o frustrazioni. Perché dopo ogni traguardo raggiunto, subito si aprirà un’altra sfida, un’altra scalata da compiere. Ma ciò che importa davvero è contare il colpo, poter aggiungere sul proprio bastone che, simbolicamente, rappresenta la durata di un’esistenza, un nuovo atto di coraggio. Testimonianza del fatto che ci siamo stati, che abbiamo dato il nostro meglio, che abbiamo raccolto la sfida e agito con destrezza. Poi, eventualmente, accendo pure un cero e pianifico strategie (fino a che non mi stufo e butto tutte le carte per aria).

Ecco, se dovessi dire se io creda o meno in Dio, risponderei che non mi interessa gran ché chiarire con me stessa qualunque cosa al riguardo. Ciò che mi importa è la Strada del Soldato Cane, fiutare il sentiero e sentire il sacro nel silenzio che corre tra me e l’altro. E se proprio non lo sento, dirgli pure che mi sta antipatico.

Presentazioni

Da bambina ho sempre invidiato i fortunati che avevano un cane come migliore amico. Non ho mai trovato facile stare tra i miei simili mentre coi cani mi sono sempre sentita non tanto stimata, compresa o amata, quanto a casa. Integrata senza bisogno di arrossire e patire.

Alla fine, come con le persone, la relazione va costruita, non scaturisce spontanea da una fratellanza originaria perché “l’uomo è un animale sociale” o perché “il cane è il miglior amico dell’uomo”. Per carità. Semplicemente, ero molto timida ma anche molto ostinata e le due cose unite mi rendevano poco attratta dalla socialità e molto ostinata nella mia presa di posizione, quindi non parlavo. Che non è un modo di dire ma proprio un fatto. Fuori dalle quattro mura domestiche, io non parlavo con nessuno. Le persone non capivano mai questa cosa e più io tacevo, più mi bersagliavano di domande. Non sempre, ci sono eccezioni preziose a cui va la mia eterna gratitudine, ma in linea di massima ho capito che se una persona vede una bambina che tace, la situazione si fa insopportabile e il disagio dà luogo a flussi di coscienza abbastanza fastidiosi.

Coi cani questo non succede. Se gli stai simpatico può darsi che ti molestano un po’ ma in linea di massima capiscono subito che tipo sei, non c’è bisogno di parole e non ti mettono a disagio. Che poi, ad un certo punto, con le parole io ho iniziato ad avere un rapporto molto intimo, ma questa è un’altra storia. Tornando ai cani, ho sempre sognato di averne uno perché almeno, quando sei stufa marcia di parlare, spiegare, cercare le parole, trovare le parole e però rimane sempre un vuoto, un non detto che incrina lo spazio tra due persone, guardi negli occhi il cane e sei in pace. Non ci sono residui. Nessuna crepa. Solo riconoscimento reciproco e silenzio – caso mai una leccatina e una puzzetta clandestina.

Va da sé che quando ho deciso di andarmene da Milano per insediarmi in un rudere umido e pieno di spifferi sulle colline di fronte all’Adriatico, grande sogno di felicità di un padre che si preparava a dirci addio, ho preso con me un cane. Anche una persona, a dire la verità, perché col tempo ho più o meno imparato ad ammettere che anche io ho bisogno di relazioni umane. Tanto, anche. Ma al cane non potevo certo rinunciare e poi sono diventati tre e poi è arrivato un gatto a completare la mia strana tribù. E la nostra è una vita da cani, nel senso che se decidi di lasciare la metropoli per la campagna e nel frattempo hai dei progetti a lungo termine che ti assorbono – sia in termini di partecipazione e tempo, sia in termini di angoscia e salasso economico – devi essere disposta a fare scelte radicali. A fiutare l’aria, avendo cura solo delle cose davvero importanti, tutto il superfluo viene eliminato. E’ una vita solitaria, soprattutto perché è fondata su priorità diverse da quelle della maggior parte dei coetanei e queste priorità sono molto rigide ed essenziali. Devi essere disposto a sacrificare tanto, affrontandone le conseguenze. Resistendo, come hanno resistito le quattro mura in pietra e sabbia di questa casetta, esposta alla bora a nord e allo scirocco a sud. O come resistono i cani quando ci sono tempi di magra: aspettano, risparmiano energie, si prendono cura l’uno dell’altro e se è necessario si difendono coi denti. Sanno sempre quand’è il momento di aspettare e quando quello di agire, senza sprechi.

Per dare un’aura di nobiltà alla mia vita attuale, potrei dire che sia ispirata alla scuola filosofica dei cinici ma, in tutta onestà, il riferimento è emerso ben dopo l’attuazione del mio piano di fuga dalla Big City – piano, per altro, ben poco ragionato ma molto sentito. In effetti potrei essere una discepola di Diogene sotto molti aspetti ma nel mio caso faccio di necessità virtù e non della virtù una necessità.

Mi sembra che le carte siano scoperte: cani e filosofia. Ecco la mia quotidianità in due – anzi tre – parole.

Da sinistra a destra, Nanuk, Slash e India.
Da sinistra a destra, Nanuk, Slash e India.